2017

27.07

We can

L’Uganda finalmente nel cuore

di

Il racconto di Alessandra, collaboratrice di ITALIA UGANDA Onlus, che è stata per la prima volta in Uganda. Le persone che lavorano alla missione di Kampala, la casa di padre Giovanni, i luoghi di cui ha sentito parlare tante volte, finalmente visti dal vivo.

Sono cinque anni che collaboro con ITALIA UGANDA Onlus, ho conosciuto padre Giovanni nel 2011 e ci siamo frequentati assiduamente negli ultimi due anni, quando ogni volta che era in Italia correvo a Limido Comasco a farmi raccontare la sua Africa, i suoi figli, i bambini, la situazione delle donne… e adesso che sono in Uganda e lui non c’è, riconosco tutto. La missione, il cortile di cui vedevo le foto piene di persone in attesa, la statua della Madonna, le scuole, il dormitorio. Sì sì, riconosco tutto!
Nei giorni della mia permanenza in Uganda nella casa di padre Giovanni c’è padre Silvano Ruaro, missionario dehoniano che opera in Repubblica Democratica del Congo, di passaggio a Kampala e mi viene in mente come padre Giovanni ci tenesse che la sua casa fosse sempre aperta per i missionari, le suore, i frati che, come lui, hanno scelto di vivere con e per gli africani. E con la presenza di padre Silvano mi è più facile immaginare come poteva essere un pranzo in missione con padre Giovanni.
La benedizione, il pranzo di gusto italiano ma con verdura e frutta di un sapore fantastico, i racconti che sembrano film, proprio come quelli di padre.

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Alessandra e Lucia incontrano i bambini della BCK Nursery

La missione è una casa pulita, sobria dove ci sono anche le stanze per i collaboratori dall’Italia come me e per ospiti di passaggio. Il clima è familiare e tranquillo.
Dalla scala esterna che porta alle stanze si vede il Lago Vittoria, ci sono 30° gradi di giorno e 21° di notte e si sta benissimo, se non che per la paura della malaria ho i calzoni lunghi, la camicia maniche lunghe e le calze: non posso rischiare che la terribile zanzara mi punga nelle caviglie! Bisogna che lo ammetta, in effetti, oltre ai problemi di gestione familiare sicuramente la paura della malaria e delle vaccinazioni mi ha molto condizionato e frenato in questi anni.
Ma adesso vaccinata per la febbre gialla e ricoperta di Autan Tropical, Luzira, il sobborgo di Kampala, dove padre Giovanni ha vissuto dopo il secondo esilio, mi aspetta. Il colore rosso della terra, la vegetazione verdissima e rigogliosa, il pullulare di bambini, i boda boda, le persone a piedi per le strade, giovani, belli e … poveri.
La povertà c’è e si vede. Il cervello lo sapeva già, ma il cuore no, non aveva capito a distanza cosa è questa povertà africana, questa povertà che padre mi raccontava mi raccontava così bene.
E capisco di più nel momento in cui vedo i bambini della Nursery che, quando ricevono porridge e uovo, sgusciano l’uovo e ne mangiano solo metà, perché l’altra metà la portano a casa dalla mamma o dai fratelli.
E lo capisco ancora un po’ quando vedo le classi piene di bambini, 80 nelle nostre scuole, ma in quelle governative si sale a 100 e penso come siano fortunati i miei figli che in Italia frequentano classi di 25 bambini, non devono pagare tasse scolastiche e divise e non portano a casa da mamma o papà il cibo della mensa.
Ma capisco che soffermarsi solo sulla povertà non è giusto, perché ci sono delle ricchezze di umanità che non dimenticherò mai, di speranza e di bellezza: sono i sorrisi contagiosi dei bambini che vogliono darmi il cinque, che pronunciano il mio nome e sono felici di essere a scuola, di vedere visitatori bianchi, un diversivo della loro giornata scolastica.

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Alessandra, Lucia e Riccardo incontrano le donne che producono collane, croci e rosari di carta

Ma l’emozione più grande è stata l’incontro con le donne  a cui commissioniamo i doni per i sostenitori italiani, come le croci per la campagna pasquale. Evelyn con le sue amiche le realizza in casa sua, o meglio nell’unica stanza con pavimento in terra battuta; mi accoglie su una poltroncina e tutt’intorno al tavolo pieno di croci confezionate, di perline ecc, un divanetto e tante seggioline con tutte le “nostre” donne. Si discute di tempi e quantitativi, mi chiedono se ci sono altre idee perché il loro sogno è avere richieste che garantiscono lavoro continuativo.

Applaudono di gioia quando parlo di un decoro natalizio per i nostri sostenitori italiani: adesso dobbiamo capirci, definire il prototipo, stimare tempi e prezzi. La speranza di una nuova commessa le rende tutte sorridenti e speranzose e io mi sento sopraffatta dall’emozione, dal cogliere la dignità di cercare il lavoro, dal decoro delle case e dal desiderio di bellezza anche in uno slum. Non posso dimenticare il poster della Natività di Giotto: se c’è posto per la bellezza di Giotto in uno slum, c’è posto per la speranza.

Quello che mi porto a casa da questo viaggio è l’aver capito con il cuore e non con la testa, che lo sapeva già ma non lo aveva compreso appieno, la grandezza del bisogno, la sconfinata differenza di opportunità che nascere a Kampala determina rispetto a una qualsiasi città di provincia lombarda, i diritti negati dei bambini che come diceva padre Giovanni devono essere messi al primo posto e l’assoluto dovere morale di sostenere gli Africani perché salvino l’Africa e loro stessi.
Il bisogno è così grande che sembra impossibile risolvere i problemi, ma se penso alle scuole che ho visitato, alle persone che ho incontrato, alle mani che ho stretto penso che per ognuno di loro valga la pena continuare a fare questo lavoro, per ogni piccola e grande opportunità che il nostro aiuto può dare a chi non ha nulla.

Alessandra

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