2017

31.01

We can

Porridge bollente e un muzungu* ballerino. La prima volta di Marta e Matteo.

di

Marta e Matteo hanno passato due mesi per il servizio civile nella nostra missione a Kampala. Abbiamo chiesto loro di raccontarci, quasi a fine soggiorno, la cosa che più di tutte è rimasta nei loro occhi.
Entrambi ci hanno raccontato della prima sera passata alla casa degli orfani e l’incontro con i ragazzi.

Alcuni ragazzi della casa degli orfani

Marta: Non è facile riassumere gli avvenimenti e le emozioni di questo periodo insieme ai ragazzi della casa degli orfani. Di certo mi rendo conto di quanto il rapporto si sia trasformato col passare dei giorni. All’inizio ci si scrutava da lontano, poi pian piano attraverso il gioco, il tempo passato insieme e la condivisione delle piccole cose, tutto è diventato più naturale e spontaneo.
Si chiacchiera per il piacere di conoscersi e di scherzare, di scoprire le reciproche diversità dei mondi da cui proveniamo, ricordo il timore e un po’ di imbarazzo per il fatto di essere l’unica ragazza tra i quasi cento studenti. il porridge bollente gustato tutti insieme nello spazio esterno della scuola, preparato ed abbellito per l’occasione con tanto di palco e di dj pronto a mettere la musica.
Finalmente il momento più atteso, è arrivato, quello del ballo collettivo, del divertimento sfrenato a ritmo di ogni tipo di musica purchè ritmata. È davvero incredibile come il fatto di ballare insieme sia per loro un modo di divertirsi ed abbattere le barriere e le differenze, e naturalmente anche noi ne siamo stati letteralmente risucchiati, con tutte le evidenti carenze in materia!

Marta e Matteo “a cena” dagli amici ugandesi

Matteo: Sono passati quasi due mesi dall’inizio delle attività alla casa degli orfani, la prima volta che li abbiamo visti è stato alla porridge night, una serata di fine anno organizzata dal direttore della casa, Augustine. Ero sconvolto, circa 100 facce, mai viste e nel buio serale difficilmente riconoscibili. Iniziano una serie di presentazioni, discorsi, ringraziamenti di ogni tipo, applausi e saluti. Ad un certo punto ecco che sento chiamare dal microfono il mio nome; mi invitano a parlare, Panico! provate ad immaginare di dover parlare davanti ad un centinaio di studenti senza aver nulla di preparato da dire! Dopo qualche momento di imbarazzo con un inglese molto italianizzato riesco in qualche modo a spiegare perché io e Marta siamo lì.
Il clima si rilassa in fretta, un ragazzo dopo l’altro vengono introdotti dal presentatore, vestito di tutto punto, con abito formale e microfono alla mano. Inizia, gentlemens, poi si corregge (tra le risate di tutti) notando che accanto a me c’è anche una ragazza, “ladies and gentlemen, che la serata abbia inizio!” È bello vederli roteare nello spazio adibito a palco, vestiti puliti, scarpe nere impeccabili, più lucide di quanto io sarei mai capace di fare. In quel momento ho percepito una cosa che non avevo ancora visto in Uganda, i loro sogni, le loro passioni, la dipendenza che hanno nei confronti della musica, del ritmo e la voglia di divertirsi con gli altri.
Nella mia vita mai avevo visto un gruppo di ragazzi ballare così, un po’ per sfidarsi, o per mostrare le proprie doti, come se fosse una competizione oppure anche solo per divertirsi in gruppo. Ne vengo travolto e loro non si fanno nessun problema ad accogliermi, un po’ divertiti forse dalla mia incapacità di ballare e anche dal fatto che un muzungu* stia ballando con loro, o per lo meno ci provi. È stato bello condividere con loro quel momento, non so come, ma sono riusciti ad integrarmi nel loro ballo, e per la prima volta ho percepito chiaramente una voglia genuina di entrare in relazione e divertirsi assieme.

*muzungu: un modo di chiamare gli occidentali

 

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