2015

31.12

UgandAbout

Ugandabout – dicembre 2015

di

Alcune notizie sull’Uganda e sull’Africa recuperate da internet nel dicembre 2015.

UGANDA: HIV STIGMA IN UGANDA PUTS MOTHERS AND BABIES AT RISK
30 november 2015

UGANDA, PIÙ DEL 50% DEI BAMBINI VIVE IN STATO DI POVERTÀ ASSOLUTA
30 novembre 2015

AL RIPARO DALLA TEMPESTA. ECCO COME VIVONO LE DONNE PIÙ POVERE DEL MONDO
2 dicembre 2015

PAPA: CONVIVENZA TRA RICCHEZZA E MISERIA È SCANDALO E VERGOGNA
2 dicembre 2015

BERGOGLIO IN UGANDA HA «CAPOVOLTO LA GEOGRAFIA»
2 dicembre 2015

GIORNATA DISABILITÀ, QUEI 93 MILIONI DI BIMBI CHE VOGLIONO ANDARE A SCUOLA
3 dicembre 2015

UGANDA SCHIERA TRUPPE AL CONFINE CON IL SUD SUDAN
8 dicembre 2015

UGANDA TRA CASCATE E SCIMPANZÈ: IL PARCO NAZIONALE DELLE CASCATE MURCHINSON E LA FORESTA DI BUDONGO
9 dicembre 2015

2016: UGANDA WILL BE A HOT TOURIST DESTINATION
15 december 2015

UGANDA: NATION LOOKS TO VOCATIONAL SKILLS
20 december 2015

UGANDA’S EXPORTS DROP BY 4.6%
21 december 2015

UGANDA’S INFLATION AT 9.3 PERCENT YEAR-ON-YEAR IN DECEMBER
31 december 2015


UGANDA: HIV STIGMA IN UGANDA PUTS MOTHERS AND BABIES AT RISK
30 november 2015

When Juliet Nalumu, overjoyed at her first pregnancy, visited her local hospital in eastern Uganda for a check-up, it turned into one of the worst days of her life. She found out she was HIV positive. “All the joy and happiness disappeared.
Lonely, and terrified of telling her husband of two years, the 26-year-old decided to keep it a secret. “I was his third wife, and the youngest, so by going home and telling him I was HIV positive, both he and his other wives would believe I’d brought the infection into the family. They’d probably chase me out of the house. I depended on him entirely – he was the breadwinner. We would have had nothing to live on” Nalumu said while on a visit to London ahead of World Aids Day on December 1.
Nalumu’s story is not unusual in eastern Uganda – and in many parts of Africa – where women are entirely dependent on their husbands for food, shelter and medicine, and where stigma against AIDS is common.
With only one month’s supply of anti-retroviral drugs, and the hospital a two-hour bus ride from her village in Kamuli district, she did not want to raise suspicions by returning for more medication. “I became very sick. They had to carry me to the hospital. I had tuberculosis and I was very wasted” she said.
Even after giving birth while sick and very thin, she said nothing to her family. She was told by a nurse she had to exclusively breastfeed her twins to protect her children from the virus. Severely malnourished, she was unable to do so.
About 40 percent of infections from mother to child happen when babies are fed a combination of breast milk and formula milk or other foods. The combination irritates the intestinal lining making children more susceptible to the virus.
One of her twins fell ill at four months and died. Her other daughter developed similar symptoms at nine months but survived. “This time I said for the sake of this innocent child I had to do my best. I did casual work for my neighbours, anything to raise money to get me back to the hospital.”
Dramatic scale-upAn estimated 7.3 percent of people in Uganda aged 15 to 49 years old have HIV. Globally nearly 37 million people are living with the virus.
Nalumu’s fortunes changed four years later when she started working as a mentor for mothers2mothers, an international charity helping mothers with HIV. “I now had a voice, a salary” she said. But before she could start work, she had to tell her family she had the virus. The whole family was checked for HIV. Her husband and one co-wife tested positive.
He was supportive, but some of her other relatives were less so. One of her sisters asked her to hand over her assets, now that she was earning money, saying she would die soon.
Neighbours asked her why she was doing training, as they assumed she would die before the end of the course. But her health improved, and armed with the medication and knowledge she needed, she went on to have two children who are virus-free.
She now helps other mothers struggling with the virus, and teaches them how they and their children can lead normal, healthy lives. “HIV is just in my blood and that is all. I have a very normal life.”
Her eldest daughter Joelia, now eight years old, still struggles with her health. Last year she demanded to know why she alone of all her siblings had to take medication every day. Her parents finally explained she had been infected with HIV through breastfeeding. “I felt so much pain, I could cry day and night” Nalumu said.
Over the last 15 years, scale-up of treatment has been most dramatic in Africa where now more than 11 million people are receiving HIV treatment, up from 11,000 at the turn of the century, the World Health Organization said on Monday.
Mothers2mothers reaches a quarter of all pregnant women in the nine countries in which they work.
Women are put on ARVs as soon as they test positive, and stay on the treatment for life. This reduces the risk of transmitting the virus to their children and partners. Babies are given a short treatment of drugs as soon as they are born, in case they were infected during childbirth. And women are encouraged to feed their children exclusively formula milk – an expense many cannot afford – or breast milk.
As a result of these measures, mother to child transmission has been reduced to near zero, according to mothers to mothers.
fonte allafrica.com – Alex Whiting

Torna a inizio pagina

UGANDA, PIÙ DEL 50% DEI BAMBINI VIVE IN STATO DI POVERTÀ ASSOLUTA
30 novembre 2015
Uganda e Centrafrica, due mete importanti del viaggio di Papa Francesco. Due paesi dove i bambini sono ancora vittime di violenze e guerre oggi tra le più dimenticate.
In Uganda si vive un periodo di pace dal 2007 ma gli effetti del conflitto sono evidenti. Il paese è ancora devastato e più della metà dei bambini sotto i 5 anni oltre al 40 per cento dei minori dai 6 ai 17 anni vive in uno stato di povertà assoluta.

La situazione è aggravata dal continuo flusso di migranti, centinaia e centinaia di rifugiati arrivati dal Sud Sudan e dal Burundi, dove il clima di brutalità dei gruppi armati è ormai fuori controllo. Molti bambini che compiono questo viaggio attraverso le frontiere sono soli, non accompagnati, vulnerabili e vittime fin troppo spesso di abusi sessuali.
Anche la Repubblica Centraficana si trova ad affrontare lo stesso problema, e il numero dei baby-sfollati ha raggiunto punte altissime fino a 2,4 milioni. Qui, al contrario di quando avviene in Uganda, il conflitto è ancora in corso. Gli attacchi sono frequenti e purtroppo bambini e bambine di tutte le età vengono presi di mira, come fossero bersagli, uccisi o mutilati oppure arruolati tra le file dei gruppi armati.
Dal 2013, secondo le stime UNICEF, sono stati tra 6 e 10mila i minori assoldati da entrambe le fazioni, sia per prendere parte ai combattimenti, sia per lavorare come cuochi, corrieri nelle staffette o con altri ruoli.
Anche le bambine combattono. Spesso vengono sfruttate sessualmente dai soldati adulti e subiscono il trauma della violenza carnale.
Un bambino non dovrebbe mai assistere a tutto questo. Uniamoci, tutti, agli appelli del Santo Padre certi che il suo arrivo porterà in queste terre massacrate dalle guerre e dalla povertà un messaggio ancora più grande di speranza e riconciliazione.
fonte www.articolo21.org – Andrea Iacomini

Torna a inizio pagina

 

AL RIPARO DALLA TEMPESTA. ECCO COME VIVONO LE DONNE PIÙ POVERE DEL MONDO
2 dicembre 2015
Calpestate, messe all’angolo, private dei fondamentali diritti umani. Ridotte alla fame, picchiate, stuprate, costrette ad allevare troppi figli con troppi pochi mezzi a disposizione, sia economici che culturali. Umiliate. Costrette a rinunciare alla vita. Ma troppo forti per mollare.
Sono le donne nate e cresciute negli angoli più poveri del mondo, testimoni silenziose della nostra indifferenza. Ben 26 milioni, questo il loro numero: una fetta enorme di popolazione abbandonata a sé stessa da chi avrebbe il potere di cambiare le cose in meglio, con la complicità dei rappresentanti dell’altra faccia della luna, quella più luminosa, quella fortunata.
Il rapporto Unfpa – E’ a queste donne e al loro sorriso spezzato che è dedicato l’ultimo rapporto dell’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), un’indagine fondamentale per capire in che situazione versano adulte e adolescenti nate e cresciute nelle aree più povere del mondo.
Lanciato in Italia da Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo), il report è stato presentato in contemporanea mondiale il 3 dicembre 2015 a Roma, in sala stampa estera, da Giampaolo Cantini, direttore generale per la cooperazione allo sviluppo, Maria Grazia Panunzi, presidente Aidos, Giulia Vallese, rappresentante Unfpa in Nepal, Carlotta Sami, portavoce Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), con il coordinamento di Carlo Ciavoni, giornalista de ‘La Repubblica’.
Ogni violenza è una violenza di troppo“Durante una crisi umanitaria – spiega Vallese, rappresentante Unfpa in Nepal – donne e ragazze continuano a rimanere incinta, ad avere bisogno di pianificazione familiare per prevenire gravidanze indesiderate, ad avere bisogno di essere protette da violenze di ogni tipo, ad avere bisogno di servizi igienici come gli assorbenti (esigenze di base troppo spesso dimenticate). Le violenze contro le donne aumentano in situazioni di emergenza, e la maggior parte delle morti per parto (tre quinti del totale) avviene in Paesi in situazione di crisi umanitaria. Ogni violenza è una violenza di troppo”.
Le responsabilità dei Paesi più ricchi – Ma quali sono le scommesse che i Paesi più ricchi e sviluppati sono chiamati ad affrontare, in nome di una maggiore giustizia sociale? Secondo la rappresentante Unfpa, bisogna innanzitutto spendere di più nella prevenzione.
Al giorno d’oggi, solo cinque centesimi di dollaro vengono spesi per essere più preparati ad affrontare eventuali situazioni di crisi. Il resto viene investito per rispondere alle emergenze o nella ricostruzione.
“Bisogna riconoscere e rispondere ai bisogni specifici di donne e ragazze fin da subito – continua Vallese – e non quando è ormai troppo tardi, quando già si sono verificate morti per il parto o dopo un aumento delle violenze sessuali, del traffico di esseri umani o dei matrimoni precoci. La nuova agenda di sviluppo prevede di lavorare da qui al 2030 attraverso nuovi obiettivi sostenibili, finalizzati a un cambiamento complessivo che preveda la riduzione della povertà, il raggiungimento di un mondo più equo, della parità di genere e dell’empowerment femminile”.
I conflitti interni – Tra il 2013 e il 2014, secondo il dati del Global Peace Index Report del 2015, 78 Paesi sono diventati più violenti e instabili, situazione data principalmente dalla realtà socio-politica del Medio Oriente e del Nord Africa, dove sono aumentati i conflitti interni e le azioni di gruppi islamisti estremisti.
Questa regione del mondo è attualmente la più violenta in assoluto, tanto da aver superato, da questo punto di vista, l’Asia del sud, incluso l’Afganistan. “Ma situazioni di instabilità si registrano anche in Sud America, dove sono in aumento criminalità e scontento popolare. Per il momento l’Europa occidentale rimane la regione più pacifica del mondo, con, ai primi posti, Islanda, Danimarca e Austria. L’Italia in classifica è 36esima”, precisa l’esperta.
A pagare sono sempre i più deboli – Nei Paesi ad alto reddito si verificano il 56 per cento di tutti i disastri, ma si registrano solo il 32 per cento dei decessi; mentre in quelli con il reddito più basso avvengono il 44 per cento dei disastri con il 68 per cento delle morti. Il report spiega anche perché a pagare siano sempre i più deboli.
“Faccio l’esempio del caso Ebola – continua Vallese – che ha colpito Paesi già massacrati da anni di conflitti e tensioni interne, o da catastrofi naturali. Quando il virus ha colpito, Liberia e Sierra Leone disponevano soltanto del 10-20 per cento del personale sanitario necessario ad affrontare il problema e la cosa ha aggravato la situazione. Cosa voglio dire? Ci sono aree del mondo che già versano in situazioni di fragilità, aggravate da situazioni di crisi. E’ per questo che troppo spesso l’unica soluzione è fuggire e diventare rifugiati, ovvero persone che, come spiega il rapporto, sono destinate in media a rimanere vent’anni lontane dalla propria casa. In un mondo come quello attuale, dove si spende più in armi che in salute e istruzione, le responsabilità sono di tutti, soprattutto di quei Paesi che stanno meglio economicamente e politicamente”.
La questione dei rifugiati – Secondo il rapporto, oggi ci sono 59,5 milioni di persone sfollate a causa di conflitti, il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. La tempesta in cui ci troviamo, fatta di conflitti e disastri ambientali dovuti ai cambiamenti climatici, non è però l’unica protagonista del rapporto Unfpa: la nostra attenzione deve infatti prima di tutto focalizzarsi sul rifugio da costruire, che non si basi più su una risposta immediata all’emergenza ma che costruisca pratiche e politiche a lungo termine, capaci di favorire la resilienza e la capacità di ricostruzione degli individui e dei popoli.
“Tutto questo – conclude Vallese – passa anche attraverso l’uguaglianza di genere, l’empowerment delle donne. Non è un caso che la gender equality sia considerata un target a sé stante, trasversale a tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile”.
fonte www.repubblica.it

Torna a inizio pagina

 

PAPA: CONVIVENZA TRA RICCHEZZA E MISERIA È SCANDALO E VERGOGNA
2 dicembre 2015
La convivenza tra ricchezza e miseria, in Africa e non solo, è “uno scandalo”. Questa la riflessione di Papa Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro, a pochi giorni dalla conclusione del suo viaggio apostolico in Kenia, Uganda e Repubblica Centrafricana. A colpire il Pontefice, tra l’altro, la testimonianza offerta dai missionari e dai giovani africani.
Convivenza ricchezza-miseria: uno scandalo – Nel cuore dell’Africa la convivenza tra ricchezza e miseria è tangibile. Lo ha sperimentato in prima persona Papa Francesco, nel viaggio appena conclusosi che lo ha portato in Kenia, Uganda e Repubblica Centrafricana: “Questo è uno scandalo. Non solo in Africa: anche qui, dappertutto. La convivenza tra ricchezza e miseria è uno scandalo, è una vergogna per l’umanità”.
Missionari: una esistenza per il Signore e per la vita – Ripercorrendo il proprio pellegrinaggio, all’udienza generale il Pontefice sceglie di soffermarsi in particolare su missionari e giovani. A proposito del Centrafrica, ultima tappa, ma – precisa – “in realtà la prima” nelle sue intenzioni, parla di “uomini e donne che hanno lasciato la patria da giovani e se ne sono andati in quelle terre, scegliendo una vita di tanto lavoro, alle volte dormendo addirittura sulla terra”.
Papa Francesco ricorda di aver conosciuto a Bangui una di quei missionari coraggiosi, un’anziana suora italiana, di 81 anni: due più di lui, osserva. Dal Papa in Centrafrica è arrivata in canoa dal Congo, in compagnia di una bimba che la chiama nonna. Si tratta di un’infermiera e un’ostetrica, che ha fatto nascere più di 3.200 bambini: “Tutta una vita per la vita, per la vita degli altri. E come questa suora, ce ne sono tante, tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello, vedere questo. E’ bello”.
In Europa la natalità sembra un lusso – Quindi una riflessione sui giovani: “Ce ne sono pochi, perché la natalità è un lusso, sembra, in Europa: natalità zero, natalità 1% … Ma mi rivolgo ai giovani: pensate cosa fate della vostra vita”.
Missionarietà non è fare proselitismo – L’invito del Papa è a prendere esempio da questa suora e da “tante come lei, che hanno dato la vita” per la missione, a volte anche perdendola: “La missionarietà non è fare proselitismo, perché mi diceva questa suora che le donne musulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa”.
Appello ai giovani: non escludete possibilità di diventare missionari – Quindi annunciare “Gesù Cristo con la propria vita”: questa l’esortazione ad ogni ragazzo: “E’ il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quelli che cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente”.
Speranze per il futuro del Centrafrica – Le speranze del Papa sono per il futuro del Centrafrica, un “Paese che soffre tanto, che sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione”.
Papa Francesco ha voluto aprire proprio là, a Bangui, la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia, “Come segno – sottolinea – di fede e di speranza per quel popolo e simbolicamente per tutte le popolazioni africane le più bisognose di riscatto e di conforto. Lasciare alle spalle la guerra, le divisioni, la miseria, e scegliere la pace, la riconciliazione, lo sviluppo. Ma questo presuppone un ‘passaggio’ che avviene nelle coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone”.
A questo livello, ha osservato, è decisivo l’apporto delle comunità religiose. Per questo, prosegue, ha incontrato le comunità evangeliche e quella musulmana locali per condividere “la preghiera e l’impegno per la pace”.
Ma ha visto anche i sacerdoti e i consacrati, oltre che i giovani, soprattutto alla “meravigliosa” Messa allo stadio di Bangui: più della metà della popolazione della Repubblica Centrafricana – fa notare – ha meno di 18 anni e ciò costituisce “una promessa per andare avanti”.
Kenia: tutelare il creato – Il pensiero di Francesco va pure al Kenia, simbolo – osserva – della “sfida globale della nostra epoca”, riscontrabile in particolare a Nairobi, quella di “tutelare il creato” riformando il modello di sviluppo “perché sia equo, inclusivo e sostenibile”. Per questo, spiega, ha incoraggiato a fare tesoro della “ricchezza naturale e spirituale del Paese, costituita dalle risorse della terra, dalle nuove generazioni e dai valori che formano la saggezza del popolo”, portando “la parola di speranza di Gesù”, che invita ad essere “saldi nella fede, senza avere paura”.
“Una parola che viene vissuta ogni giorno da tante persone umili e semplici, con nobile dignità; una parola testimoniata in modo tragico ed eroico dai giovani dell’Università di Garissa, uccisi il 2 aprile scorso perché cristiani. Il loro sangue è seme di pace e di fraternità per il Kenia, per l’Africa e per il mondo intero”.
Uganda: testimonianza è lievito per società Quindi la visita in Uganda, a 50 anni dalla canonizzazione dei Martiri di quel Paese, svoltasi nel “fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo”, come nel caso dei catechisti e delle loro famiglie; come per gli esempi di carità, che il Papa racconta di aver toccato con mano nella Casa di Nalukolongo; come per i giovani che, “malgrado le difficoltà, cercano di vivere secondo il Vangelo e non – sottolinea – “secondo il mondo, andando contro-corrente”; come i sacerdoti, i consacrati e le consacrate “che rinnovano giorno per giorno il loro ‘sì’ totale a Cristo e al popolo di Dio. Tutta questa multiforme testimonianza, animata dal medesimo Spirito Santo, è lievito per l’intera società, come dimostra l’opera efficace compiuta in Uganda nella lotta all’AIDS e nell’accoglienza dei rifugiati”. Una varietà di aspetti, dunque, che spinge il Papa a concludere: “Che bella l’Africa!”.
In Avvento, più attenzione per chi ha bisogno – Nei saluti finali un pensiero per il Tempo di Avvento, iniziato domenica scorsa: “Esorto tutti a vivere questo tempo di preparazione alla nascita di Gesù, Volto del Padre misericordioso, nel contesto straordinario del Giubileo, con spirito di carità, maggiore attenzione a chi è nel bisogno, e con momenti di preghiera personale e comunitaria”.
fonte http://it.radiovaticana.va Giada Aquilino

Torna a inizio pagina

 

BERGOGLIO IN UGANDA HA «CAPOVOLTO LA GEOGRAFIA»
2 dicembre 2015
C’era da settimane una strana contentezza nell’aria, il popolo lasciava intravedere nei gesti semplici di ogni giorno il senso di attesa e allegrezza per una visita che capiva che non era rivolta solo ai capi di stato, ma alle persone, anche quelle più semplici e povere.
Le persone sapevano che il Papa veniva in Africa per ognuno di loro, per valorizzare il loro essere, la loro tensione a migliorarsi. I singoli e le parrocchie si erano impegnati con alacrità e avevano contribuito anche con i propri risparmi ad abbellire e migliorare i luoghi che il Papa doveva visitare.
Il tutto sullo sfondo di uno scenario ecumenico e interreligioso: le tappe del viaggio dovevano toccare i luoghi significativi per le diverse comunità, simbolo della composizione articolata del tessuto africano. E l’attesa non è stata vana. L’esito del viaggio ha superato ogni aspettativa perché è entrato nelle fibre del quotidiano e ha capovolto la geografia: la periferia è diventata il centro del mondo.
Chi ha vissuto in Uganda per anni, percepisce sulla pelle il desiderio che gli ugandesi hanno di crescere. Ma uno sviluppo solido avviene senza scorciatoie. Avviene avendo cura della propria formazione e di quella dei figli; avendo cura del lavoro, svolto con passione e competenza.
E la visita del Papa è stata questo: un sostegno, un incoraggiamento, un invito a non mollare, come quando ha rivolto queste parole ai giovani riuniti allo stadio: “Alcune delle difficoltà che voi avete menzionato sono delle vere sfide. E quindi prima una domanda: voi volete superare queste sfide oppure lasciarvi vincere dalle sfide? Voi siete come quegli sportivi che, quando vengono qui a giocare nello stadio, volete vincere, o come quelli che hanno già venduto la vittoria agli altri e si sono messi i soldi in tasca? A voi la scelta!”. Non è venuto a blandire, ma a provocare, a lanciare nel pieno della vita. A educare.
Il senso del lavoro, in particolare, è uno dei maggiori problemi di questi Paesi: il lavoro è pagato poco, per le necessità che ci sono, ma bisogna comunque imparare a farlo bene. La questione è centrale, la radice di uno sviluppo che duri nel tempo.
Si intreccia a questo anche il ruolo della famiglia, cardine delle società africane. L’importanza della famiglia e della solidarietà sociale è riconosciuta da tutti, soprattutto all’interno della stessa tribù, ma questo muro si deve sfondare, il tribalismo deve lasciare spazio all’apertura reciproca dei vari gruppi sociali.
Anche su questo il papa è stato netto: la questione dell’accettazione della persona diversa è una sfida universale; in Italia, ma anche in Africa dove le tensioni tra le varie etnie continuano: un vero problema da mettere a tema e provare a superare, in virtù della bellezza dell’umano.
L’Africa è un campo dove cresce il grano insieme alla zizzania, ogni giorno, anche in questo istante. Eppure anche in mezzo a un groviglio di contraddizioni, proprio dalla terra scura sono germogliate vicende straordinarie che, nel tempo, hanno contagiato i vicini, un contagio di bene.
Sono mille le vicende alle quali Papa Francesco è tornato a dare la scossa. E tutte concorrono alla fine a confermare che, perché si compia un deciso sviluppo di questo grande e sconosciuto continente, occorre continuare a lavorare nel solco tracciato dai passi del Papa venuto dall’Argentina, con pazienza, nella cura della formazione, dell’educazione e del senso del lavoro. Con il suo stesso audace coraggio.
fonte www.lastampa.it Luciano Valla

Torna a inizio pagina

 

GIORNATA DISABILITÀ, QUEI 93 MILIONI DI BIMBI CHE VOGLIONO ANDARE A SCUOLA
3 dicembre 2015
José ha 11 anni e 10 chilometri lo separano dalla scuola più vicina: troppi per andarci con la sedia a rotelle, a forza di braccia sullo sterrato. I genitori sono in giro a cercar lavoro. Sono poveri, vivono in una zona rurale della Colombia dove lo scuola-bus è un sogno a quattro ruote. José ha la spina bifida, grave malformazione del sistema nervoso centrale.
La gente lo tratta con dignità e calore: “Nessuno mi ha mai preso in giro”. Un vicino gli ha insegnato a scrivere. L’abuela, la nonna, che ha un banchetto al mercato, lo tiene in esercizio con i conti delle spese. José è andato a scuola per un po’, prima, quando c’erano i soldi in casa e quei 20 km di andata e ritorno non erano una distanza incolmabile. Per questo forse adesso starci lontano è ancora più dura: ha provato, gli mancano i compagni, il sentirsi parte di un gruppo.
José non è solo. Oggi, 3 dicembre, è la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Nel mondo sono un miliardo, l’80% vive nei Paesi in via di sviluppo. E i bambini sono tra i 93 milioni (dato World Report on Disability) e i 150 milioni (secondo le stime Unicef).
Esiste una bella ‘UN Convention on the Rights of Persons with Disabilities’, che in molti casi rimane lettera morta, specie dove regnano stigma e povertà. Lynn Cockburn, dell’Università di Toronto, dice al Guardian che mandare a scuola quei 100 milioni di bambini è questione di diritti umani, non di “assistenza caritatevole”: “I familiari spesso sono i primi a pensare che la scuola per i loro figli sia un lusso irraggiungibile”.
Per esempio in Sudafrica, il Paese di Nelson Mandela, secondo Human Rights Watch sono mezzo milione i bambini con disabilità lasciati fuori dal sistema educativo. Nel mondo in via di sviluppo sono “molti, se non la maggioranza”, sostiene Hannah Kuper, che dirige l’International Centre for Evidence in Disability della London School of Hygiene and Tropical Medicine. Per esempio in Camerun, secondo l’Unicef, il 23% delle persone che hanno dai 2 ai 9 anni vive con (almeno) un tipo di disabilità.
Il 65% ha avuto questo ‘regalo’ da una malattia: polio, malaria, lebbra, morbillo. Hannah Kuper ha scritto sul Guardian che il miglior database su scuola e disabilità è quello raccolto da Plan International, una ong che lavora concretamente per i diritti dell’infanzia (compreso il diritto allo studio) e che in Italia risponde al sito www.plan-international.it.
Il Corriere in questa giornata vuole dare spazio e lustro alle storie, ai volti, di alcuni bambini che appartengono al sottogruppo più fortunato di quel database chiamato ‘bambini invisibili’. Storie di bambini che Plan, con l’aiuto di donatori piccoli e grandi, aiuta ad andare a scuola (come fanno altre organizzazioni nel mondo). Pur tra mille difficoltà, si può rendere la scuola un diritto per tutti, un sogno esaudito.
Con il figlio in spalla – Anche Anang ha 11 anni, come José della Colombia. Anche lui vive in un villaggio rurale, dall’altra parte dell’oceano: in Indonesia, nella regione di Rembang. Ha problemi di vista e di udito, e per molti anni non ha camminato. La madre lo portava in spalla. Ora grazie a un progetto Ue (supportato da Plan) Anang va a scuola, con la sedia a rotelle.
Il programma ha coinvolto insegnanti e compagni di classe, che ora aiutano il ragazzino a spostarsi, andare in bagno. Lui ha imparato a stare in piedi da solo. Con un po’ di ritardo, sta finendo le elementari. Lo aspettano le medie. Ama la matematica, Anang. E smanettare mandando sms con il telefonino.
I tamburi di Alex – Anche Alex, come José, ha la spina bifida. Non cammina. Nel suo villaggio, in Paraguay, non ci sono dottori e fisioterapisti per lui, il che un bel problema. Ma c’è la scuola, per i suoi genitori ciò che conta di più. «L’istruzione dà ai bambini la capacità di essere indipendenti in futuro», dice la madre Graciela. Nel futuro di Alex c’è il sogno di diventare giornalista sportivo. Nel presente, imparare a suonare la batteria.
Fragile Genesis – Ha 6 anni e le ossa di cristallo. E’ nata in un paese del Nicaragua, Villa del Carmen, con una patologia conosciuta come “osteogenesi imperfetta”. Basta niente, e Genesis si rompe qualcosa. La sua vita è una collezione di fratture. Il suo papà le ha costruito una specie di casetta-recinto di legno, come protezione, dove passa buona parte della giornata.
Il resto, a scuola. Felicemente. Nessuno potrebbe raccontarla meglio della sua maestra: “All’inizio, ero molto dubbiosa. Ma ora che ho Genesis in classe, ho capito quanto sia entusiasmante lavorare con i bambini con disabilità in mezzo agli altri: lei è curiosa di tutto, vuol provare tutto. Una trascinatrice. Lo ammetto: Genesis mi ha cambiata”.
Il fuoco di Jalia – A 2 anni, a metà della sua vita, una pentola di acqua bollente le è caduta addosso dalla stufa, straziandola. Per questo incidente i suoi genitori hanno divorziato e se ne sono andati. L’hanno lasciata con la nonna.
Succede spesso che persone come Jalia diventino fantasmi nella comunità. Disgrazie da cui fuggire. Invece per lei è cominciato un lento percorso per recuperare la mobilità perduta, centimetri di pelle, il sorriso. Grande nonna. Jalia andrà a scuola, in un villaggio dell’Uganda, come fanno le sue coetanee.
La gruccia “all inclusive” – Come Baromie e Kapri, che sono più grandi di Jalia. Come Memonatu, in Sierra Leone, sedicenne che porta sul corpo i segni della poliomielite. “Siamo tutti esseri umani, abbiamo i medesimi diritti”. Philip ha gli stessi anni e una gruccia vecchio stile, altro che ausilii e protesi al titanio.
Anche lui vive nel Paese che vanta le più basse aspettative di vita alla nascita: 46 anni. Per quelli come Philip andare a lezione di questi tempi è un doppio regalo, perché per oltre un anno l’epidemia di Ebola in Africa occidentale ha sprangato le scuole.
La parola ‘Inclusivo’, scritta in inglese sul muro della classe, è la didascalia migliore per spiegare il sorriso di questo ragazzo con la gruccia di legno. Mi fa venire in mente un’altra persona, un’altra gruccia, di cui mi hanno raccontato quest’anno in Centrafrica.
Durante la guerra civile, due stagioni fa, la famiglia di Hamamatou ha cercato salvezza dagli squadroni della morte fuggendo nella boscaglia. Lei, con la sua polio, non poteva certo star dietro a genitori e fratelli. Immaginate lo strazio di una madre che ha dovuto lasciare indietro lei una per salvare gli altri.
I miliziani hanno trovato Hamamatou sotto un albero. “Hei ragazzi – ha detto uno – ho trovato uno strano animaletto. Lo faccio fuori. Tanto che ci facciamo?”. Un secondo miliziano ha convinto il primo a lasciarla vivere. Hamamatou è stata portata in una missione. Ha 13 anni, una gruccia di metallo, il sogno di andare a scuola. Oggi è anche il suo giorno.
fonte www.corriere.it – Michele Farina

Torna a inizio pagina

 

UGANDA SCHIERA TRUPPE AL CONFINE CON IL SUD SUDAN
8 dicembre 2015
L’Uganda ha rafforzato la sicurezza al confine con il Sud Sudan, schierando l’esercito, dopo un raid delle truppe sud-sudanesi nella regione ugandese. A darne notizia è l’Agenzia di stampa africana (ApaNews).
Nel corso dello scorso fine settimana, circa 300 elementi dell’Esercito di Liberazione del Popolo del Sud-Sudan (Spla), diretti da Peter Lokeng, hanno attaccato il posto di frontiera di Misingo per protestare contro i lavori di costruzione in corso su una strada della regione.
L’Spla ha accusato l’azienda che svolge i lavori, di aver sconfinato per 7 chilometri all’interno del territorio sud-sudanese. Il portavoce della polizia ugandese, Patrick Jimmy Okema, con un comunicato, ha chiesto alle truppe dell’Spla di mantenersi all’interno dei propri confini e ha annunciato il dispiegamento di truppe per mettere in sicurezza i lavori stradali.
Il portavoce della polizia, inoltre, ha annunciato l’invio di un funzionario del governo dello Stato dell’Equatore orientale in Sud Sudan per aprire una “discussione” sull’accaduto. Questa non e’ la prima volta che “scoppia” una controversia frontaliera tra Uganda e Sud Sudan.
Lo scorso agosto, diversi soldati di Juba sono entrati in territorio ugandese sconfinando per 11 chilometri, provocando l’immediato intervento delle Forze di difesa del popolo ugandese (Updf).
fonte www.agi.it 

Torna a inizio pagina

 

UGANDA TRA CASCATE E SCIMPANZÈ: IL PARCO NAZIONALE DELLE CASCATE MURCHINSON E LA FORESTA DI BUDONGO
9 dicembre 2015
A 90 chilometri dalla città di Masindi, nella parte nordoccidentale dell’Uganda, si trova il Parco Nazionale delle cascate Murchinson, che con i suoi 4000 chilometri quadrati di territorio protetto è il più grande parco della nazione. Il parco è diviso in due dal Nilo Vittoria, che lo attraversa da est a ovest e che dà origine alle cascate Murchison da cui prende appunto il nome il parco.
L’ho detto spesso scrivendo d’Africa, ma voglio ribadirlo ancora: qualunque parte di questo continente merita di essere vissuto dalle prime ore dell’alba sino al tramonto, perché è in questi due momenti della giornata che questa terra si mostra nei suoi abiti più splendenti.
La sveglia alle quattro del mattino, anche in questa giornata che abbiamo dedicato alla visita di questo parco, non è stata affatto traumatica perché, non appena giunti al punto di imbarco per attraversare il Nilo in direzione del primo safari di questo nostro viaggio, una splendida alba ha improvvisamente donato colore alla natura circostante, lasciandoci senza fiato. Nell’attesa di salire sul traghetto che ci avrebbe trasportati sull’altra sponda del Nilo abbiamo visto le prime luci del sole svelare lentamente il meraviglioso paesaggio circostante.
L’area di imbarco del traghetto si trova a Paraa. La traversata è stata molto rapida, circa dieci minuti, e appena raggiunta di nuovo la terra ferma siamo saliti sulle nostre jeep ansiosi di scoprire la fauna di questo parco, benché consapevoli che la sua ricchezza si è molto ridotta a causa delle carneficine perpetuate negli anni delle dittature.
Le prime ad averci accolto, con tutta la grazia e l’eleganza che le contraddistingue, sono state un numeroso gruppo di giraffe, per niente disturbate dal nostro passaggio. Le altre specie incontrate durante il nostro safari sono stati l’acefalo di Jackson, il cobo defassa, antilopi, elefanti, bufali, ippopotami e diverse specie di scimmie.
Lasciate le jeep abbiamo compiuto un piccola crociera fino alle note Cascate Murchinson e, successivamente, con un trekking di poco più di un’ora abbiamo raggiunto il punto chiamato Top of the falls, punto dal quale si prende maggiore coscienza della loro potenza e magnificenza e si può ammirare il grande salto che il Nilo compie il questo punto del suo lungo tragitto.
Pur non essendo altissime – parliamo di circa 40 metri – queste cascate acquisiscono una grande bellezza anche grande al contesto naturale nel quale sono inserite.
A poche centinaia di metri dalle cascate si trova un’area destinata al campeggio libero, dotata soltanto di area servizi e barbecue, ma dall’indiscutibile fascino, che permette di piazzare la propria tenda in uno scenario fantastico, con la vista delle cascate e a pochi metri dalle rive del Nilo. Per chiunque cercasse un contato diretto con la natura e un posto dove isolarsi letteralmente dal mondo, questo potrebbe decisamente essere il posto giusto.
Il giorno seguente ci siamo invece recati alla Foresta di Budongo, un’altra area protetta di piccole dimensioni situata a sud del parco nazionale di Murchinson Falls e a ovest di Masindi. Quest’area è gestita dal ‘Jane Goodal Institute’. Jane Goodal è nota per aver dedicato la maggior parte della sua vita, ben 40’anni, alla sua ricerca sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé, specie per la quale l’area protetta di Budongo è divenuta celebre.
In tanti, infatti, giungono qui con la speranza di riuscire ad avvistarne alcuni esemplari durante l’escursione che è possibile organizzare in quest’area. Ma vi devo avvisare: avvistare gli scimpanzé non è per nulla semplice e in tanti restano delusi. Bisogna considerare che quella di Budongo è la più estesa foresta di alberi di mogano di tutta l’Africa orientale, alberi che arrivano fino a 60 metri di altezza e sui quali gli scimpanzé amano arrampicarsi.
A mio parere questa visita vale la pena già soltanto per l’incantevole cornice naturale e per l’emozione che si prova a camminare attraverso una foresta di questo tipo, dove la luce a fatica si fa spazio tra gli altissimi alberi e dove gli unici rumori che si sentono sono i fruscii del fogliame dovuti agli spostamenti degli scimpanzé.
Noi siamo stati fortunati perché siamo riusciti ad avvistarne uno nell’atto di abbeverarsi in una piccola pozza d’acqua e alcuni altri appostati su rami, ma si è comunque trattato di avvistamenti molto rapidi e con una visuale non del tutto ottimale.
fonte www.nonsoloturisti.it

Torna a inizio pagina

 

2016: UGANDA WILL BE A HOT TOURIST DESTINATION
15 dicembre 2015
Uganda is getting there and indeed the power is now with us to flaunt our tourism industry. Just like in the last few years, Uganda continues to do well on the global charts in terms of having some of the world’s tourism hotspots.
Uganda, according to Business Insider, will be among the 12 key destinations that tourists must look out for in 2016 if they are to get value for their money. “2016 is all about emerging destinations. Wilderness, wildlife and culture; these themes will illuminate the year’s travel itineraries” Anisha Shah, a broadcast journalist and photojournalist, specialising in travel to emerging destinations wrote in her article on Business Insider.
Anisha is a veteran broadcast journalist with key global broadcast and publication houses, including BBC, CNN, BBC Travel and Huffington Post. In her article, Anisha credits Uganda for possessing half of the world’s wild mountain gorillas in the Bwindi Impenetrable Forest sanctuary.
“Trekking to see them is a wildlife experience of a lifetime. The larger-than-life, humanlike gorillas and chimps induce an indescribable affection for nature” the travel journalist writes.
Other destinations, including key wildlife migration corridors, national parks, and gushing falls and the source of the River Nile in Jinja are inducing features that shall be hard for tourists to resist next year. She also highlights the explosive crater lakes across much the country as some of the features that have turned the landlocked nation into a lush oasis.
The tourism sector, on average, contributes about Shs6.5b to Gross Domestic Product. The growth is captured in the government tourism master plan that seeks to at least see the same triple in the next five years.
This has been a growth from Shs5.6b recorded in the 2013/14 financial year. The growth translates into 9.9 per cent contribution to GDP up from 7.9 per cent in 2013/14. The growth, according to Ministry of Tourism, has been a result of an increased visitor numbers, which in the 2014/15 financial year, grew from 1,206,334 to 1,266,046.
Government says the new achievements could have resulted in its increased spend on tourism marketing across, even as critics insist less has been done to market Uganda’s tourism potential.
However, there have been some visible marketing efforts, although they have largely remained sparse and inconsistent. For instance, government recently published a supplement in the New York Times highlighting the country’s tourism and growth potentials.
Such efforts, although long-term, could be key ingredients in the growth of the country’s development, not considering that Uganda has also been a key destination for high profile visits, including the recently concluded papal visit. The tourism sector, according to government, if well harnessed, on average has the potential to create 600,000 jobs annually.
Anisha also identifies Ngamba Island Chimp Sanctuary, among the key destinations, which can be accessed through a boat ride on Lake Victor after crossing the Equator.
“It is a pristine island paradise where you meet orphaned and rescued chimps” Anisha writes but she is also cognizant that there could be a new drive as Uganda seeks to become a middle-income country by 2040 “a plan incentivised further by the Pope’s recent landmark visit”.
fonte www.monitor.co.ug – Jonathan Adengo

Torna a inizio pagina

 

UGANDA: NATION LOOKS TO VOCATIONAL SKILLS
20 december 2015
The Minister of State for Finance Planning and economic development MOFPED David Bahati wants Ugandans, particularly parents and the young generation to embrace technical and vocational education.
He said this is a gateway to job creation, curb unemployment and forge a sustainable economic development for Uganda. “Vocational education is not a poor cousin of the classic education system; it is not the last resort, it is not for only disadvantaged children. Technical and vocational education is the answer to unemployment and slow industrialization that we are facing today” he said.
Bahati told business week following the launch of the 2015 state of Uganda population report that for too long, the quality of technical and vocational education in Uganda has not been very competitive, as a result employers have sometimes struggled to find staff with the skills they need to grow their business and create more jobs.
On a sad he noted that quite often the public tends to think that Vocational education was for academic failure. This negative perception must change.
“I am particularly delighted that this time round, quality education is the main focus of the 2015 state of Uganda population report. And if the government is to fight the vicious cycle of poverty, and deliver a fairer society in which opportunities are more widely shared, we must secure the highest standard of education for all young people regardless of their background.” Bahati said.
The majority of literate Ugandans go through two basic levels of education i.e. primary and secondary schools and very few make progress to university and other tertiary institutions. He said vocational and technical education comes with improved better household incomes, better planned families and a more successful family.
“Therefore we skill education should be the engine of Uganda’s economy and an essential part of the preparation of the children for adult life” he said. He recalled that the government had introduced the Technical and Vocation (BTVET) programme to fast track technical and vocational education.
The Ministry of Education too was reformed to emphasize technology and science. In this regard , government was working to improve the standard of vocational training centres, training tutors, providing textbooks, equipping laboratories, and ensuring industrial attachment.
“At the time government introduced (Universal Primary Education) and USE (Universal Secondary Education), our focus was on numbers. This has been achieved so today we are embarking on uplifting the standard and quality of education we are working to ensure that young people receive knowledge and skills they need to secure a good job a fulfilling career and have resilience to overcome challenges and succeed in today’s demanding economy” he said.
This wakeup call comes following a misfortune that many university graduates can hardly boast of any competitive or marketable skills. In the education sector, there was a clear disconnect between syllabi and job market needs, and students are increasingly becoming victims of this misconceived understanding of education.
“Today’s job market is highly competitive , and there is therefore need to rethink our education approach. It thus gives me pleasure to inform you that the government through the National Curriculum Development Centre is reforming our school curriculum to carter for today’s needs and by 2017; 2 we will be implementing a new comprehensive and well streamlined curriculum” he said.
Meanwhile, Uganda is to get an Aga Khan University after ground-breaking took place on the outskirts of Kampala last week.
The University has been granted a site in the Nakawa area of Kampala to build the hospital. The University Hospital in Kampala will be part of an integrated healthcare system in East Africa dedicated to providing high-quality health care service, education and research that will work to improve the health of all Ugandans.
fonte allafrica.com

Torna a inizio pagina

 

UGANDA’S EXPORTS DROP BY 4.6%
21 december 2015
The monetary policy report by Bank of Uganda (BoU) has revealed that in the first four months of 2015/16, the value of goods exported fell by 4.6 per cent due to slower demand for the Ugandan exports amid decline in global commodity prices.
BoU says the decline in exports was as a result of a reduction in the prices which declined by 7 per cent as opposed to volume that increased by 2.5 per cent in the same period.
“The decline in price index is reflective of the impact of the decline in global commodity prices. Indeed, compared to the quarter ended October 2014, coffee export earnings recorded in the quarter to October 2015, decreased by $2.4m from $87.2m” says BoU in its highlight of monetary policy report. “However, the total volume of coffee exported during the current quarter increased by 125,083 (60 kg) bags compared to 705,394 (60 kg) bags exported in the same quarter during 2014” BoU added.
BoU executive director research Adam Mugume said last week the weak global economic growth has led to low demand for export goods in the international market, a development which has seen a fall in commodity prices.
He said the decline in the value of Uganda’s exports will continue having a negative impact on the country’s balance of payment position.
On the exchange rate, BoU says heightened depreciation pressures that ensued in early 2014 through August 2015 have reduced in October and November 2015. On a month-on-month basis, the Shilling appreciated 5.7 per cent in November 2015 following a slight appreciation of 0.9 per cent in October 2015.
On a year-on-year basis, the report shows that the Uganda Shilling depreciated by 16 per cent on a trade weighted basis and 25.4 per cent against the US dollar to an average mid-rate of Shs3,429 per dollar in November 2015. Dr Mugume explained that the stability observed in the exchange rate is mainly attributed to the correction of overshooting on the depreciation side and the tightening of monetary policy that has resulted in contraction of demand for imports. “The slowing down of domestic economic activity has meant less demand for foreign currency” he explained.
The BoU report shows that money market rates remained broadly consistent with the monetary policy stance despite the structural liquidity which was in part moderated using Repurchase Agreements.
BoU says the period under review yields on government securities remain elevated following an upward trend from the onset of the fiscal year 2015/2016 in part reflecting the tighter monetary policy stance.
“Yields, however, eased slightly in November and December 2015, in part due to eased liquidity conditions and lower inflation expectations following the monetary policy tightening” BoU said.
Uganda net importerUganda remains a net importer meaning it imports more goods than it exports. According to statistics from Kenya Revenue Authority, the total imports (goods ferried into Uganda) stand at a staggering 97 per cent. The port of Mombasa only handles seven per cent of Uganda’s total exports.
fonte www.monitor.co.ug Martin Luther Oketch

Torna a inizio pagina

 

UGANDA’S INFLATION AT 9.3 PERCENT YEAR-ON-YEAR IN DECEMBER
29 december 2015
Uganda’s inflation rose to 9.3 percent year-on-year in December from 9.1 percent a month earlier, the statistics office said on Thursday.
Core inflation – which excludes food, fuel, electricity and metered water – rose to 7.4 percent from 6.7 percent in November, the Uganda Bureau of Statistics said.
fonte www.eturbonews.com – Stephen Asiimwe

Torna a inizio pagina

Cambio valuta: in data 31/12/2015 1 dollaro USA è pari a 3385 scellini ugandesi, 1 Euro è pari a 3693,7132 scellini ugandesi.
UgandAbout è un servizio di Italia Uganda Onlus a cura di Simona Meneghelli.

Torna alla pagina precedente


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>